IL FIGLIO di Philipp Meyer – recensione

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IL FIGLIO di Phillipp-MeyerQuando leggo un romanzo che mi piace, il desiderio di arrivare alla fine in poco tempo è forte ma spesso mi sforzo di leggerlo lentamente. Lo assaporo. Un libro che mi appassiona non lo leggo mai troppo in fretta, cerco di godermelo e di farlo durare più a lungo possibile. Questo è il caso di IL FIGLIO di Philipp Meyer, che mi ha accompagnato per parecchi mesi, come se facesse parte della mia stessa vita.
La saga dei McCullough è raccontata in prima e terza persona seguendo il punto di vista di tre membri della famiglia, vissuti in epoche diverse ma legati tra loro: il Colonnello, capostipite, forte e lucido fino a cento anni, il figlio Peter e la pronipote Jeanny.
Tre personaggi diversi, di epoche differenti, con storie e caratteri simili ma non troppo, accomunati da una stessa cosa: l’arida e violenta terra del Texas. Il contatto con quella terra rende gli uomini spietati, il suo possesso fa credere loro di essere onnipotenti, portando il valore della vita umana a rasentare lo zero.
“Tolti Nuukaru ed Escuté, sapevo benissimo a chi dovevo fedeltà. L’ordine era il seguente: innanzitutto ai miei compagni ranger, e poi a me stesso. Aveva ragione Toshaway: dovevi amare gli altri più di quanto amavi il tuo corpo, se no finivi distrutto, dall’interno o dall’esterno, non c’era differenza. Potevi massacrare, saccheggiare, ma finché lo facevi per le persone che amavi non contava. I Comanche non avevano mai secondi fini – non c’era niente di quello che facevano che non fosse per proteggere gli amici, la famiglia, la banda. Il morbo della guerra affliggeva solo l’uomo bianco, che combatteva negli eserciti, lontano da casa, per gente che non conosceva, e c’è un mito a proposito dell’Ovest, dicono che venne fondato e governato da uomini solitari, ma la verità è un’altra: il solitario è un malato di mente, e come tale era visto, e trattato con sospetto. Non campavi a lungo senza qualcuno che ti guardava le spalle, ed erano davvero pochi, sia fra i bianchi sia fra gli indiani, quelli che vedevano uno sconosciuto di notte e non lo invitavano davanti al fuoco.”
Il continuo alternarsi dei racconti dei tre personaggi, è un susseguirsi di salti avanti e indietro nel tempo, che rendono la lettura entusiasmante. Tutto il romanzo è talmente forte e intenso, che non è possibile leggerlo tutto in un fiato. Sono necessarie delle pause per assimilare meglio i singoli episodi.
Attraverso le generazioni dei McCullough l’autore descrive la nascita del Texas. Territorio selvaggio, dominato dalle tribù indiane, dalle loro scorrerie, dalla violenza sui pionieri, poi dall’arrivo dell’esercito, dei rangers, della guerra, dallo sterminio dei Comanche, dai sanguinari scontri con i messicani, dalla nascita dei latifondi e dei ricchi allevatori, dalla scoperta del petrolio. Il tutto raccontato con ricchezza di particolari e reso realistico da episodi di crudi e spietati conflitti di vita.
Anche lo stile, con cui è scritto, è concreto, esplicito, freddo e passionale allo stesso tempo, violento come era violenta la vita su quel territorio selvaggio.
In tre parole, avvincente, impetuoso, appassionante.

SimonB

SimonB

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Letteratura, artee attualità.
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